Latouche (, economista francese aggiungerei filosofo )dice che è inspiegabile come alcune popolazioni africane continuino ad esserci, nonostante molte cose congiurino contro di loro.
I napoletani gli somigliano.
Caos, corruzione, speculazione.
Queste cose in parte sono accadute dappertutto, ma a Napoli hanno avuto un impatto devastante perché la società partenopea era più debole economicamente, la plebe non era preparata a questo salto di qualità.(r. la Capria).
Ha concluso La Capria in un’intervista trovata su internet –( alla fine si sviluppa una mentalità parassitaria. Ma è vero anche il contrario: se non vedi via d'uscita non prendi coraggio).
Per quanto rispettabili e veritieri siano i pensieri di grandi maestri s. c. La realtà e questa
Nel giro di sei mesi, sui napoletani grava un aumento complessivo del 68%. Aumenta la TARSU, ma diminuiscono gli incassi e aumentano gli evasori che ora sono a livelli da record. ...
Che fine hanno fatto le promesse e le passerelle di Berlusconi, e le cariche della polizia sui manifestanti, e tutto il clamore e le belle parole.
Quando dicevano che i termovalorizzatori avrebbero portato ricchezza perché avrebbero aumentato i posti di lavoro la TARSU sarebbe diminuita senza poi contare il fattore ecologico.
Oggi che nessuno ha più paura dei termovalorizzatori e che nessuno e diventato ricco, tranne loro i signori del potere, aumentano la famigerata TARSU che rispetta a pieno il nome che evoca mitologiche fiere dagli occhi infuocate dal corpo di sacchetto rigorosamente biodegradabile e fameliche zampe a forma di bollettini postali.
Dovrebbe essere solo una tassa ma nelle notti napoletane la TARSU si trasforma in incubo
ed allora alle tre del mattino Gennaro Esposito si alza dal letto sudato freddo con gli occhi cerchiati mezzo tremolante
e fruga nei mobili dove abitualmente ripone le bollette
la cerca , la teme , la sfida, armato di mazza di scopa la trova . e lì tra le sue mani e lui si sente impotente vorrebbe pagarla se solo fosse più "umana"
La lotta diventa impari
Gennaro abita con moglie e tre figli in un appartamento di 60 mq al piano terra di vico nocelle.
ormai non riuscirà a riconquistare il sonno anche perché alle sei si deve rialzare la sua professione di guardamacchine (abusivo)e preziosa. ma di questo ne parleremo un'altra volta
Qualcuno lo chiama evasore\ abusivo o più mitemente come il dott. la Capria che dalla sua bella terrazza romana (plebeo) non preparato al salto di qualità.
http://diavolodellatazmania-stupormundi.blogspot.com/
l'intelligenza umana ha dei limiti,la stupidità no. considerazioni inutili di un visionario
domenica 25 aprile 2010
T.A.R.S.U.
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mercoledì 21 aprile 2010
Sangue amaro
. Non c'è bisogno di un blog come questo per dimostrarlo.
Ma lasciatemi sfogare.
Napoli non può essere considerata una città, alla stessa stregua delle grandi capitali europee, almeno non più.
Perché non vi è un centro economico che conti: oggi sono le banche i centri finanziari di rilievo, e quell’unica banca che il popolo napoletano, un tempo possedeva, il Banco di Napoli dalla gloriosa storia, non è più sotto il suo controllo.
Cento euro la settimana alle casalinghe custodi della droga, e via salendo fino a 4mila euro al mese di «stipendio» la new economy madie in Napoli il centro finanziario di rilievo e questo
Napoli non esiste. Un quadro urbano, ormai irrecuperabile. Si può parlare, invece, di ammasso di case costruite sfregiando il l territorio, secondo il capriccio e l'arbitrio di incivili "abitanti
Emittenti locali i cui palinsesti sono imperniati in perenni repliche dei filmini da tre soldi di pseudocantanti .
che con ridicoli occhiali da sole sfoggiano finte abbronzature stile Miami
seguiti per fortuna dico soltanto da un piccolo stuolo di (fans) giovanissimi (il nostro futuro) che sembrano essere rimasti al tempo della pietra.
In una città dove si confonde la libertà , con il fare i cazzi propri senza regole , in altre parti del mondo questo si chiama semplicemente anarchia!
Una anarchia che fa comodo a tutti in special modo ai politici di ieri e di oggi
totalmente incapaci di qualunque forma di governo
come abbondantemente sono stati capaci di dimostrare
con tonnellate e tonnellate di immondizia .
Fin quando continueranno a governarci non ci sarà speranza, la città rimarrà come anestetizzata dalla sua stessa, lenta e mortale malattia. che ha radici storiche
Napoli è docilmente rassegnata a diventare "lo scarto" del Paese. ma ci sarà pure un punto di rottura. . . Qual'è il limite ???
Quei pochi, pochissimi intellettuali, scienziati ed artisti che riescono a mettere il naso fuori da questa fanghiglia, alla prima occasione scappano e vanno ad abitare lontano senza più importarsene
Ecco perché i napoletani sono la sfaccimma della gente, compresi quelli che si ostinano a credere che basti essere "onesti e perbene" uscire la mattina con la “marenna” sotto il braccio per salvarsi, per avere la coscienza a posto in modo da fottersene di tutto il resto sospirando solamente che non serve poi a molto farsi il sangue amaro
viviamo in uno dei posti più belli del mondo ma non ce ne
rendiamo conto
Purtroppo siamo in tanti, ma in minoranza rispetto agli incivili
diavolodellatazmania
Ma lasciatemi sfogare.
Napoli non può essere considerata una città, alla stessa stregua delle grandi capitali europee, almeno non più.
Perché non vi è un centro economico che conti: oggi sono le banche i centri finanziari di rilievo, e quell’unica banca che il popolo napoletano, un tempo possedeva, il Banco di Napoli dalla gloriosa storia, non è più sotto il suo controllo.
Cento euro la settimana alle casalinghe custodi della droga, e via salendo fino a 4mila euro al mese di «stipendio» la new economy madie in Napoli il centro finanziario di rilievo e questo
Napoli non esiste. Un quadro urbano, ormai irrecuperabile. Si può parlare, invece, di ammasso di case costruite sfregiando il l territorio, secondo il capriccio e l'arbitrio di incivili "abitanti
Emittenti locali i cui palinsesti sono imperniati in perenni repliche dei filmini da tre soldi di pseudocantanti .
che con ridicoli occhiali da sole sfoggiano finte abbronzature stile Miami
seguiti per fortuna dico soltanto da un piccolo stuolo di (fans) giovanissimi (il nostro futuro) che sembrano essere rimasti al tempo della pietra.
In una città dove si confonde la libertà , con il fare i cazzi propri senza regole , in altre parti del mondo questo si chiama semplicemente anarchia!
Una anarchia che fa comodo a tutti in special modo ai politici di ieri e di oggi
totalmente incapaci di qualunque forma di governo
come abbondantemente sono stati capaci di dimostrare
con tonnellate e tonnellate di immondizia .
Fin quando continueranno a governarci non ci sarà speranza, la città rimarrà come anestetizzata dalla sua stessa, lenta e mortale malattia. che ha radici storiche
Napoli è docilmente rassegnata a diventare "lo scarto" del Paese. ma ci sarà pure un punto di rottura. . . Qual'è il limite ???
Quei pochi, pochissimi intellettuali, scienziati ed artisti che riescono a mettere il naso fuori da questa fanghiglia, alla prima occasione scappano e vanno ad abitare lontano senza più importarsene
Ecco perché i napoletani sono la sfaccimma della gente, compresi quelli che si ostinano a credere che basti essere "onesti e perbene" uscire la mattina con la “marenna” sotto il braccio per salvarsi, per avere la coscienza a posto in modo da fottersene di tutto il resto sospirando solamente che non serve poi a molto farsi il sangue amaro
viviamo in uno dei posti più belli del mondo ma non ce ne
rendiamo conto
Purtroppo siamo in tanti, ma in minoranza rispetto agli incivili
diavolodellatazmania
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martedì 20 aprile 2010
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Santi Napoletani
Maria Francesca delle Cinque Piaghe : La Santa dei Quartieri Spagnoli a Napol
Unica donna napoletana elevata a santità a sedici anni . Si consacrò al Signore con la regola dell’Ordine Francescano. Morì il 6 ottobre del 1791 , fu dichiarata beata nel 1843 da Papa Gregorio XVI , il 29 giugno del 1867.
La Santa dei Quartieri è una delle patrone della città di Napoli . il suo corpo riposa nella chiesa di S. Lucia al Monte, al Corso Vittorio Emanuele , a Napoli , sin dalla sua morte, avvenuta nella sua casa , oggi chiesa, di vico Tre Re a Toledo, dove visse gli ultimi 38 anni della sua vita , dedicandosi alla preghiera ed alla costante assistenza degli altri.
La Santa dei Quartieri Spagnoli viene ricordata particolarmente come la Santa Vergine delle Stimmate ed è invocata particolarmente dalle donne sterili e dalle future mamme che chiedono la sua intercessione per ottenere la sua benedizione. La vita di Maria Francesca è ricca di aneddoti e a quasi due secoli dalla sua morte la gente dei Quartiere continua a rendere omaggio a questa Santa nel suo piccolo santuario , minuscolo e aggraziato, di vico Tre Re sorto vicino alla sua casa, all’interno della quale vi è una sedia miracolosa dove si usa sedere chi è in attesa di una grazia da parte della Santa. La sua morte portò nel cuore dei Quartieri Spagnoli l’esigenza di custodirne la casa come cimelio sacro e di farne un centro di spiritualità per tutti i suoi abitanti.
Unica donna napoletana elevata a santità a sedici anni . Si consacrò al Signore con la regola dell’Ordine Francescano. Morì il 6 ottobre del 1791 , fu dichiarata beata nel 1843 da Papa Gregorio XVI , il 29 giugno del 1867.
La Santa dei Quartieri è una delle patrone della città di Napoli . il suo corpo riposa nella chiesa di S. Lucia al Monte, al Corso Vittorio Emanuele , a Napoli , sin dalla sua morte, avvenuta nella sua casa , oggi chiesa, di vico Tre Re a Toledo, dove visse gli ultimi 38 anni della sua vita , dedicandosi alla preghiera ed alla costante assistenza degli altri.
La Santa dei Quartieri Spagnoli viene ricordata particolarmente come la Santa Vergine delle Stimmate ed è invocata particolarmente dalle donne sterili e dalle future mamme che chiedono la sua intercessione per ottenere la sua benedizione. La vita di Maria Francesca è ricca di aneddoti e a quasi due secoli dalla sua morte la gente dei Quartiere continua a rendere omaggio a questa Santa nel suo piccolo santuario , minuscolo e aggraziato, di vico Tre Re sorto vicino alla sua casa, all’interno della quale vi è una sedia miracolosa dove si usa sedere chi è in attesa di una grazia da parte della Santa. La sua morte portò nel cuore dei Quartieri Spagnoli l’esigenza di custodirne la casa come cimelio sacro e di farne un centro di spiritualità per tutti i suoi abitanti.
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domenica 18 aprile 2010
nero napoletano
Nero Napoletano
Vorrei inventare un colore nuovo
Che possa far
Dipingere tutta la storia sprecata, tutti i gioielli buttati
Che possa far vedere le rughe profonde o la bocca sdentata, di annusare il cattivo odore del suo corpo, di dirsi - allo specchio, almeno così in privato - il disagio, il dolore, la sofferenza del suo collasso.
Un colore che non può essere lavato via dalla pioggia che cade lenta e fitta sulle stradine lastricate di basalto, sui muri delle antiche chiese abbandonate alla mercé di ladri furfanti ed assassini.
Vorrei inventare un colore che trasmettesse tristezza mista a felicità, rassegnazione mista a voglia di risorgere.
Quale colore potrei inventare che faccia risaltare tutte le luci e le ombre di questa mia amata se non un nero. Un nero napoletano
Diavolodellatazmania
Vorrei inventare un colore nuovo
Che possa far
Dipingere tutta la storia sprecata, tutti i gioielli buttati
Che possa far vedere le rughe profonde o la bocca sdentata, di annusare il cattivo odore del suo corpo, di dirsi - allo specchio, almeno così in privato - il disagio, il dolore, la sofferenza del suo collasso.
Un colore che non può essere lavato via dalla pioggia che cade lenta e fitta sulle stradine lastricate di basalto, sui muri delle antiche chiese abbandonate alla mercé di ladri furfanti ed assassini.
Vorrei inventare un colore che trasmettesse tristezza mista a felicità, rassegnazione mista a voglia di risorgere.
Quale colore potrei inventare che faccia risaltare tutte le luci e le ombre di questa mia amata se non un nero. Un nero napoletano
Diavolodellatazmania
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Lettera di Roberto Saviano al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
riportiamo integralmente il testo della lettera di risposta di Saviano a Silvio berlusconi
Presidente Silvio Berlusconi,
le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.
Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell'istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell'antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell'occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.
Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l'immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l'unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E' l'unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.
©2010 Roberto Saviano/
Agenzia Santachiara
Presidente Silvio Berlusconi,
le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.
Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell'istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell'antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell'occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.
Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l'immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l'unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E' l'unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta.
©2010 Roberto Saviano/
Agenzia Santachiara
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